Nel segno di Federico, la Sicilia sia la Bruxelles del Mediterraneo

di Emmanuele F.M. Emanuele

Fin dall’infanzia sono stato profondamente toccato dal fascino della figura di Federico II per le sue eccezionali qualità di giurista, legislatore, promotore di una nuova struttura amministrativa, architetto, poeta, mecenate, teorico dell’arte della falconeria, filantropo, cattolico con la schiena dritta, promotore dell’integrazione tra le culture mediterranee.

Molta della mia attività sia come Presidente della Fondazione Roma che della Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo, che ho creato, si è ispirata al richiamo del messaggio di Federico II, che ancora oggi trovo attualissimo, sia con riferimento alla delicata questione del rapporto tra l’Occidente e l’Oriente (rapporto contrastato a causa della mancata separazione, nella maggior parte dei Paesi orientali ed islamici, tra sfera politica – temporale e sfera religiosa – spirituale, che, tra l’altro, ha impedito la nascita di un capitalismo diffuso), sia per quella sua visione mediterraneo-centrica, ovvero del Mare Nostrum come ponte tra Europa, Asia ed Africa, luogo del dialogo e del confronto, ruolo che, a mio parere, il Mediterraneo dovrebbe recuperare.

A questo proposito, traendo ispirazione dalla vicenda storica di Federico II e dalla sua predilezione per il Regno della Sicilia, resto sempre più convinto, che proprio la Sicilia possa oggi riproporsi come centro di riferimento e cuore pulsante dei popoli che si riconoscono in questa specifica identità. Al di là, infatti, delle indiscutibili differenze economiche e religiose, l’Italia, la Grecia, la Spagna, Cipro, Malta hanno molti più elementi in comune con Libia, Tunisia, Egitto, Marocco, Turchia che con i Paesi del Nord dell’Europa, e questo potrebbe condurre la Sicilia a diventare un po’ la “Bruxelles” del Mediterraneo, ruolo da svolgere nel contesto globale attuale.

Tornando a Federico II, l’ho sempre visto più meritevole di plauso, tra le tante cose fatte, per essere stato il sovrano che ha dato splendore, pace e benessere al Regno di Napoli e di Sicilia.

Sotto il profilo politico ed istituzionale, infatti, le leggi da lui promulgate sono state considerate un modello di modernità e di tolleranza, pur all’interno di saldi principi fondati sull’universalità del ruolo imperiale, perché con esse ha messo da parte ogni differenza fra cristiani, musulmani ed ebrei, in una visione ecumenica, multietnica e multiculturale, offrendo così un esempio magistrale di libertà e di tolleranza.

Questa sua sincera apertura al confronto ed alla conoscenza verso l’altro rappresenta uno dei suoi messaggi più importanti ed attuali, ed è estremamente significativo che esso nasca in un contesto culturale come quello medioevale.

Egli, inoltre, ha tentato di realizzare, attraverso la produzione di precetti giuridici innovativi, un Regno in cui i principi di giustizia, di tolleranza, di competenza amministrativa fossero i criteri cardine da osservare e consolidare in ogni circostanza ed ambito. Il Regno di Sicilia diviene così per lui un territorio modello, di fatto facente parte dell’Impero, grazie all’unione delle due corone sulla sua testa, dove ogni comunità è rispettata e tutelata attraverso i propri ordinamenti, e dove, a garanzia dell’unità, c’è il Re.

Con le assise di Capua del 1220, ad esempio, Federico getta le basi per la riorganizzazione del Regno di Sicilia, e lo fa con l’azzeramento dei provvedimenti emessi dopo Guglielmo II consistenti, per lo più, in concessioni territoriali del demanio imperiale, privilegi e donazioni a favore dei baroni, restituendo alla Corona i poteri detenuti con l’ultimo Re normanno. Gli obiettivi della linea di Federico, all’interno di un rigoroso e lungimirante pragmatismo, sono la tutela dell’ordine costituito, la ricerca della pace e della buona amministrazione, il rispetto delle tradizioni politiche, giuridiche e culturali dei diversi territori. Infine, l’attenzione alla cultura intesa nel senso più ampio e orizzontale possibile, ed alla formazione dei suoi funzionari è stata un’altra fondamentale sollecitudine ben presente nell’ambito delle iniziative di natura civile assunte dal grande monarca.

In quest’ottica si colloca la fondazione dell’Università di Napoli a lui intitolata, prima Università pubblica in assoluto in Italia, promossa e finanziata dalla Corona, uno dei più grandi investimenti federiciani in formazione e cultura, destinata a rilanciare lo studio dell’unum ius, cioè del diritto romano, ma anche delle arti e delle discipline che insegnavano le professioni. L’Università si pone come un tassello fondamentale ed imprescindibile all’interno della riorganizzazione amministrativa del Regno siciliano, e contribuisce alla nascita della figura del magister o doctor, cioè del giurista professionalmente specializzato.

La modernità della figura di Federico II e di quant’altro la sua genialità ha prodotto, non è legata solo all’essere stato precursore e antesignano dell’assolutismo illuminato, campione dell’unità italiana, e del concetto di tolleranza. Il suo lascito più importante,  pur rimanendo egli fautore convinto della tradizione e della dottrina agostiniana delle due spade, quella spirituale e quella temporale, chiaramente distinte e separate, è a mio parere quello della “laicità”, del suo approccio estremamente attuale alla realtà, capace di coglierne i fermenti e le molte sfaccettature, senza intenti censori, ma solo regolatori, affinché ogni particolarismo potesse essere ricondotto all’unità ed all’universalità della concezione sacrale imperiale.

Tocca ora all’Università di Napoli perpetuare la grandezza e gli insegnamenti di questo sapiente sovrano, così sensibile al ruolo delle arti, al mondo del diritto e dell’economia, che i docenti di oggi di questo eccezionale Ateneo tramandano alle future