Fondazione Roma: il Presidente onorario Emmanuele Francesco Maria Emanuele in esclusiva

07/10/2021

lebancheditalia.com

L’intervista esclusiva del Presidente onorario della Fondazione Roma, Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele.

Questa prestigiosa Fondazione è esempio di eccellenza.

1) Presidente onorario della Fondazione Roma, Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, come volete costruire una welfare community che, ispirandosi ai principi di solidarietà e di sussidiarietà, sappia rispondere ai bisogni di una società in perenne evoluzione?

In un contesto di grande difficoltà, non solo legato alla pandemia, ma più generale, che arriva a toccare i presupposti stessi della nostra democrazia e del patto sociale su cui si fonda, il tema del welfare rimane uno snodo fondamentale, perché si tratta di capire come si vuole immaginare nel prossimo futuro il sistema di protezione sociale che, finora, ha garantito, nonostante tutto, la soddisfazione dei diritti primari e l’accesso alla cura della salute a tutti, tanto da essere invidiato un po’ in tutto il mondo. Il problema è che oggi, così com’è, il sistema non è più sostenibile, a causa della riduzione dei trasferimenti pubblici, della scarsa efficienza nella distribuzione delle risorse, comunque scarse, delle fragilità che ci portiamo dietro da decenni.
Siccome è un tema che mi è stato sempre a cuore, già molti anni fa, in un mio libro del 2008 dal titolo “Terzo pilastro. Il motore del nuovo welfare”, individuavo nella cittadinanza attiva, nella capacità di autorganizzarsi e di intervenire nella gestione dei beni comuni della società civile più generosa e qualificata che, appunto, chiamo “terzo pilastro”, l’unica speranza di vero rinnovamento e di rinascita del sistema di protezione sociale, in grado di supplire all’inefficienza del mercato da un lato e dello statalismo dall’altro. In pratica, vuol dire dare dignità e spazio a questo terzo soggetto nell’ideare e realizzare iniziative in grado di rispondere alle necessità della collettività, senza ambizioni risolutive e sempre in via sussidiaria, nel rispetto del quadro normativo di riferimento dell’art.118 della Costituzione.

Se questo è il modello teoretico da me individuato, un modello realizzativo, per non restare nell’astrazione, è la Fondazione Roma, da me presieduta fino a pochi anni or sono. Nel corso della mia Presidenza, ho sempre avuto le idee chiare circa il percorso che andava realizzato, e ora posso dire che queste idee e linee di indirizzo, del tutte opposte da quelle assunte dai miei colleghi delle altre Fondazioni riunite nell’Acri, si sono rivelate lungimiranti, corrette e profetiche. Mi riferisco alle seguenti scelte di fondo: il rispetto del dettato del legislatore circa i compiti ed il ruolo delle Fondazioni; la difesa instancabile della peculiare natura privata della Fondazione Roma; l’uscita dal capitale delle banche, con la dismissione della partecipazione e la successiva diversificazione dell’investimento del patrimonio, che ha sempre prodotto risultati di assoluto livello, che hanno permesso alla Fondazione di rispettare e, anzi, di moltiplicare la propria presenza solidale a favore del territorio, soprattutto durante l’emergenza sanitaria, in controtendenza rispetto alla gran parte delle altre Fondazioni bancarie che, avendo preferito rimanere legate alle banche, si sono viste costrette a ridurre le erogazioni per scarsità di dividendi proprio dalle banche partecipate; la distanza e l’autonomia dall’ingerenza della politica; il diniego della Fondazione Roma a partecipare ad operazioni improprie e pericolose, da altri fortemente auspicate, come l’adesione alla Cassa Depositi e Prestiti ed al Fondo Atlante, che doveva salvare le banche in difficoltà e che, invece, ha clamorosamente fallito nell’intento.
Grazie alle mie intuizioni, dunque, la Fondazione Roma è oggi una risorsa a disposizione della comunità di riferimento, in particolare, del mondo chiamato in genere del “no profit”, per facilitare il convergere degli sforzi, delle competenze e delle progettualità, così da agevolare la risoluzione delle esigenze espresse dalla collettività. Nei settori da me indicati, sanità, ricerca scientifica, aiuto ai meno fortunati, istruzione e formazione, arte e cultura, la Fondazione fa quello che dovrebbe fare il soggetto pubblico, spesso suscitando invidie e diffidenza, che si traducono in ostacoli nei confronti delle iniziative più complesse, nelle quali non ci si può esimere dal confrontarsi con l’ottusità della burocrazia. Accenno solo ad alcuni grandi progetti che abbiamo realizzato e che continuiamo a sostenere: l’Hospice per malati terminali, per persone affette da Alzheimer e SLA; il villaggio residenziale per i malati di Alzheimer alla Bufalotta, primo esperimento in Italia di questo tipo, mutuato da un modello olandese da me visitato e che ho inteso replicare a Roma; il sostegno alle strutture ospedaliere del territorio per migliorare l’offerta assistenziale con la fornitura di apparecchiature di ultima generazione; il sostegno alla ricerca biomedica più qualificata; i ripetuti interventi a tappeto a favore delle università e delle scuole pubbliche di ogni ordine e grado per una didattica d’avanguardia; i restauri delle chiese; le innumerevoli iniziative realizzate a Roma, nel Sud Italia e nell’intero bacino del Mediterraneo attraverso la Fondazione Terzo Pilastro Internazionale da me presieduta sempre nei cinque settori d’intervento sopra citati. In definitiva, per rispondere alla sua domanda, una welfare community è possibile laddove soggetti del mondo del “terzo pilastro” come la Fondazione Roma, la Fondazione Terzo Pilastro Internazionale, senza sostituirsi agli enti che perseguono finalità di pubblico interesse e che sono autonoma espressione del tessuto sociale, né tantomeno all’azione dei poteri pubblici, vengano lasciati liberi di attivare l’insieme delle risorse e delle capacità della comunità stessa a farsi direttamente e responsabilmente carico dei problemi e dei beni comuni.

2) Può parlarci del Villaggio Emmanuele F.M. Emanuele?

Nell’ambito della mia costante attenzione verso le patologie più diffuse e gravi, come accennavo prima, ho maturato l’idea del Villaggio dopo la visita da me effettuata nel 2012 in un sobborgo di Amsterdam, Weesp. L’idea, cioè, di dar vita a Roma ad un villaggio residenziale interamente pensato e dedicato ai malati di Alzheimer, che riproducesse la positiva esperienza olandese del villaggio denominato “Hogeweyk”, abitato serenamente da persone affette da demenza, che vivono in gruppi di sei-sette in case a due piani comode ed accoglienti, ognuna nella propria stanza con i propri arredi, come se fossero a casa propria. Dal punto di vista sanitario, là tutto scorre nella normalità: il medico e l’infermiere vengono chiamati da fuori quando è necessario, così come altri professionisti. Gli operatori, rigorosamente senza divisa, si confondono nell’ambiente, assumendo doppio ruolo, di parrucchiere, di cameriere, di commesso nei negozi, di portiere, ecc. Tutto questo ha fatto sì che l’incidenza di disturbi del comportamento nelle persone che abitano il villaggio olandese si sia ridotta sensibilmente, e si sia manifestato, al contempo, un rallentamento del progredire della malattia.
Ebbene oggi, una realtà del tutto analoga al modello olandese, come pubblicamente dichiarato dal fondatore del modello di assistenza del Villaggio di Hogeweyk, Eloy van Hal, che ha anche seguito i lavori della struttura romana, è nata ed è operativa, grazie alla mia ferma volontà di realizzarla, superando i mille e difficili ostacoli che sono intervenuti e che ne hanno ritardato il completamento e l’apertura. Il Villaggio, che gli organi della Fondazione Roma hanno voluto fosse a me intitolato, sorge nella Capitale, su un terreno di proprietà della stessa Fondazione, ed ospita, per lo più in regime residenziale, ma anche semi-residenziale, in maniera completamente gratuita, persone affette da Alzheimer in forma lieve e moderata. Sebbene ci siano voluti ben sei anni per realizzare questa pionieristica iniziativa, finalmente il Villaggio è una realtà, che dal giugno 2018 ospita sia residenti, sia persone in regime semiresidenziale attraverso il Centro diurno, secondo un progetto innovativo che mira a costruire un luogo di residenza, dove poter riscoprire e sperimentare sensazioni, attenzioni, stimoli che gli ospiti avevano nelle proprie case di origine, con l’ambizione di coniugare la libertà di movimento e di accesso ai servizi offerti dal villaggio con l’assistenza e la cura che dette persone comunque richiedono. L’obiettivo è stato la realizzazione di un ambiente idoneo a migliorare la qualità della vita delle persone colpite da Alzheimer, rispondendo alla complessità dei bisogni fisici, psichici, sociali e spirituali della persona. Ciascuna residenza è indipendente ed organizzata in piccoli gruppi di sei persone, che vengono inseriti nelle singole case famiglia in base al loro stile di vita di provenienza, per facilitare l’inserimento nella nuova casa. All’interno del Villaggio sono presenti alcuni servizi quali ristorante, bar, salone di bellezza, che sono a disposizione dei residenti, ma aperti anche al territorio, allo scopo di costruire un collegamento con l’ambiente esterno, promuovendo la socializzazione e l’inclusione. Per i residenti sono a disposizione un minimarket, numerosi club di animazione, dotati di apposite sale per l’attività motoria, per la musica, l’arte, la lettura e per lavori di artigianato, nonché un ambiente per eventi e spettacoli. Sono presenti spazi verdi con panchine, e percorsi privi di barriere architettoniche. Compatibilmente con le proprie condizioni, ognuno è libero di muoversi all’interno del Villaggio ed ha la possibilità di uscirne accompagnato da un operatore o da un familiare.
L’attività della giornata è organizzata in modo da soddisfare i bisogni assistenziali e di inclusione sociale dei residenti, sopperendo alle difficoltà che la persona incontrerebbe nel provvedervi personalmente. L’assistenza agli ospiti è garantita 24 ore su 24 da un nutrito gruppo di operatori, composto da psicologi, infermieri, operatori socio-sanitari, terapisti occupazionali, educatori, tutti attentamente selezionati e preparati a questa esperienza nuova e ad un approccio diverso alla malattia. La Fondazione Roma ha la gestione diretta del Villaggio, di cui è anche proprietaria, e si è assunta in esclusiva tutti gli oneri connessi al suo regolare funzionamento. Le risorse importanti per mantenere in piedi una struttura così complessa sono garantite dai fondi per le attività istituzionali che, a differenza delle altre Fondazioni, non sono mai mancate, grazie alle scelte da me individuate, come dicevo sopra.

3) Con il vostro sostegno cosa siete riusciti a dare alla ricerca biomedica?

Anche in questo settore, come ho già accennato, la Fondazione Roma è da anni impegnata, per mia precisa determinazione, nel sostenere la ricerca scientifica di eccellenza, soprattutto con riguardo alle patologie più gravi e diffuse, compresa, ovviamente, l’epidemia in atto. Con riguardo alla lotta al Covid-19, infatti, proprio nei primi mesi del suo manifestarsi, la Fondazione Roma ha contribuito alla realizzazione presso lo Spallanzani di Roma, ospedale di eccellenza, visto che è stato tra i primi in Europa ad isolare il virus, di una nuova struttura dedicata allo studio delle caratteristiche biologiche, della risposta immunitaria e del trattamento del virus SARS-CoV2. Attraverso questa iniziativa, è ora possibile utilizzare innovativi modelli di colture tridimensionali, che consentono di bypassare la sperimentazione animale e di accelerare lo studio della risposta del sistema immunitario umano al virus SARS-CoV2, e dell’interazione dei farmaci candidati al trattamento della malattia. Un secondo intervento, sempre nell’ambito della lotta alla pandemia, nasce dalla collaborazione di un gruppo di ricerca guidato dal Prof. Giuseppe Novelli, dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, con ricercatori canadesi, americani e indiani, e ricercatori anche dello stesso Spallanzani, al fine di sperimentare l’utilizzo di anticorpi monoclonali diretti contro il virus. Nello specifico, sono stati identificati e caratterizzati quattro anticorpi monoclonali diretti contro il virus, che potrebbero entrare nella pratica clinica in breve tempo. Gli anticorpi monoclonali forniscono una strada alternativa per la prevenzione del COVID-19 come pre-esposizione o profilassi post-esposizione. Il sostegno alla migliore ricerca spazia, però, in ambiti assai più ampi: la Fondazione Bietti, IRCCS di eccellenza nella ricerca e nella terapia in campo oftalmologico; i maggiori centri di ricerca internazionali coinvolti e finanziati attraverso calls for proposals; il MEBIC (Medical and Experimental Bioimaging Center), che si prefigge di studiare la forma delle cellule, gli effetti tossici dei farmaci e l’interazione tra molecole; importanti risultati sono stati, inoltre, raggiunti dai ricercatori del Campus Biomedico, nell’identificazione dei meccanismi molecolari in grado di rallentare la degenerazione dell’area cerebrale che presiede alla memoria, e che è quella maggiormente interessata dai sintomi dell’Alzheimer; il Centro Malattie Apparato Digerente (CEMAD) presso il Policlinico Gemelli, Centro di eccellenza nazionale per lo studio, il trattamento e la diagnosi delle malattie del sistema digestivo, al quale la Fondazione ha donato attrezzatture avanzatissime, tra le quali, di recente, una sala ibrida dotata di tecnologie di imaging di cui poche strutture al mondo dispongono. Una mole di iniziative anche maggiore, viene portata avanti, sempre in questo settore, e su mia esplicita volontà, dalla Fondazione Terzo Pilastro Internazionale con riferimento, però, ad un territorio d’intervento assai più vasto, che comprende il Sud d’Italia e l’intero bacino del Mediterraneo, Asia e Africa comprese.

4) Secondo lei l’educazione finanziaria può rappresentare uno strumento importante per il nostro Paese?

Ritengo che la preparazione finanziaria dei cittadini sia un elemento fondamentale per la prosperità economica di un Paese ed è tanto più essenziale se alla sua diffusione contribuisce un’azione sinergica che coinvolga tutti gli attori del sistema economico: enti regolatori, industria bancaria e finanziaria, media, sistema scolastico e associazioni di consumatori. Nonostante ciò, l’Italia, tanto per cambiare, su questo versante è molto indietro rispetto ai Paesi europei. Solo 3 italiani su 10 hanno un grado di alfabetizzazione sufficiente a compiere scelte consapevoli in tema finanziario con enormi disparità per genere, professione e distribuzione territoriale. Questi numeri sono la conseguenza della scarsa cultura che viene insegnata nelle scuole, dove i nostri studenti sono poco preparati, e crescono privi degli strumenti necessari per prendere in futuro decisioni finanziarie responsabili. Credo sia proprio nella formazione scolastica che occorra agire decisamente, e di questo la classe politica dirigente dovrebbe essere consapevole, prevedendo un maggiore investimento nella formazione di settore.

5) Come giudica l’operato del Presidente della Fondazione Roma, Franco Parasassi?

In ogni occasione pubblica, e colgo anche la presente, non ho mai cessato di evidenziare quanto mi ritenga fortunato nell’aver conosciuto e scelto una persona quale il Presidente Parasassi per condividere, fin dagli inizi, la mia avventura nella Fondazione Roma, istituzione prestigiosa ed antica, ma che, all’epoca degli esordi della mia Presidenza, era praticamente invisibile rispetto alla comunità di riferimento, verso la quale indirizzava una serie di piccoli contributi a pioggia che, ovviamente, risultavano assai poco incisivi. Quando sono diventato Presidente, grazie alla vicinanza instancabile di Parasassi, all’epoca Direttore Generale, che ha fatto da braccio operativo delle mie idee e intuizioni, la Fondazione Roma si è incamminata a divenire progressivamente una realtà presente, solidale, affidabile per tutto il territorio di operatività, con una reputazione ormai solida ed incancellabile. Senza Parasassi, che sottolineo fu l’unico a rispondere positivamente al mio invito di collaborazione ai miei esordi, tutti i sogni che ho avuto per dare una mano a chi è in difficoltà, difficilmente si sarebbero realizzati con pari celerità e brillantezza di risultati. Pertanto, non potevo auspicare per la Fondazione Presidente migliore di lui.