Se la simulazione serve a fare del bene

di Giuliano Bertazzoni

Siamo abituati a considerare la “simulazione” come un gioco (ad esempio, i videogiochi) o come una necessità in ben definiti settori professionali, come l’aeronautica o anche la finanza.

La Medicina ha scoperto forse più tardivamente la simulazione ma ha saputo colmare la lacuna utilizzandola in modo sempre più ampio, allargandola ai diversi settori scientifico-disciplinari per l’insegnamento delle tante attività teoriche e, soprattutto, pratiche di cui la professione ha bisogno. Da una parte la simulazione è utile  come metodica didattica preparatoria all’incontro con il paziente, consentendo, in condizioni di assoluta sicurezza e nel rispetto dell’eticità, l’insegnamento attraverso dispositivi a bassa tecnologia di tecniche procedurali ed abilità come iniezioni intramuscolari, accessi venosi, inserimento di catetere vescicale, di sondino naso-gastrico; e dall’altra consentendo, attraverso l’uso di manichini ad alta tecnologia con riproduzione di scenari ad alta fedeltà, la gestione di casi clinici complessi (che possono culminare con l’effettuazione di manovre salvavita, dove, nella realtà, non è possibile rallentare il tempo del soccorso per insegnare,  correggere, discutere), il lavoro in team, la consapevolezza dell’errore e la cultura della comunicazione: in una parola, il comportamento corretto.

In pratica il primo tipo di simulazione serve, dopo che lo studente ha raccolto sui libri una base di conoscenze, a sviluppare le abilità tecniche (il saper fare), il secondo serve a sviluppare le competenze che consentono di far crescere quell’attitudine che, sul caso clinico vero, fa maturare l’esperienza (il saper essere). Problemi di sicurezza impediscono di far eseguire manovre invasive da parte di studenti direttamente sui pazienti, e la simulazione consente l’insegnamento pratico senza rischi per i pazienti; alla fine si esegue un riepilogo (“debriefing”) attraverso il quale vengono analizzati i problemi assistenziali e gestionali, la comunicazione nel team e l’applicazione di linee guida e protocolli.

L’insegnamento che avvicini alla professione ha preso sempre più piede in questi ultimi anni: le lezioni classiche catturano l’attenzione degli studenti per un periodo più breve rispetto al passato e dopo venti minuti inizia un decadimento della capacità di concentrazione. Pertanto, anche la possibilità di comprendere e ritenere le conoscenze decade insieme ad essa. E’ risaputo che lo studente ritiene il 20% di quello che sente, il 50% di quello che sente e vede, l’80% di quello che sente, vede, e fa. Inoltre, il processo di ritenzione delle conoscenze si ottimizza quando lo studente ha un ruolo attivo ed è coinvolto dal punto di vista emozionale.

Per questo l’Università sta ripensando la formazione dell’istruzione in Medicina attraverso questa nuova metodologia didattica, allo scopo di formare professionisti maturi in grado di fornire una risposta adeguata alle esigenze di salute pubblica.

Le potenzialità del mercato sono cresciute in questi ultimi anni e sono accessibili dispositivi che consentono di riprodurre scenari di patologie diverse, sia mediche che chirurgiche, dove lo studente, lo specializzando, il professionista, possono sviluppare le abilità richieste dalle procedure, le competenze necessarie alla corretta presa in carico del caso clinico, maturando un’esperienza utile quando poi il paziente sarà quello vero e non simulato.

Su questo tipo di didattica e di preparazione alla professione, l’Università La Sapienza, con l’apporto fondamentale della Fondazione Roma, che ha mostrato sempre una particolare sensibilità ai problemi dalla didattica e della ricerca ed una vicinanza alle tematiche dell’istruzione, ha investito risorse per allestire Laboratori di Simulazione. Sia nelle sedi romane che nella sede di Latina ha concentrato dispositivi ad alta, media e bassa tecnologia per l’insegnamento attraverso la riproduzione di scenari clinici e di procedure gestionali di patologie di interesse medico e chirurgico. Ciò si svolgerà con Docenti Universitari che avranno funzione di “facilitatori” dell’apprendimento per studenti i quali, a piccoli gruppi, avranno l’opportunità di “imparare” la professione, acquisendo competenza e correttezza nella gestione di procedure e scenari.