Quando la verità dei fatti resta un optional

di Emmanuele F.M. Emanuele

Ho sempre ritenuto che una democrazia si riveli concretamente matura e forte quando, tra gli altri elementi, possiede un sistema giudiziario efficiente, in grado di dare risposte rapide, fondate sull’accertamento dei fatti e che consolidino la certezza del diritto. Bisogna, tuttavia, amaramente constatare che, purtroppo, non è sempre così.

La Fondazione Roma ha avuto modo di sperimentare direttamente nel passato che il sistema non sempre funziona come dovrebbe, e purtroppo, di recente, è tornata ad esserne vittima.

Ne è la riprova la pubblicazione sul supplemento “Affari & Finanza” del quotidiano “La Repubblica” del 26 giugno 2017 di un articolo dal titolo “Intesa batte Unicredit nel derby delle Fondazioni” a firma di Andrea Greco il quale, dopo aver parlato diffusamente di altre Fondazioni, riportava le seguenti informazioni: “La grande fortuna dell’ente capitolino è di avere minimizzato la quota riveniente da Capitalia lo scorso decennio, in rottura con il management di allora e prima dei noti tracolli. A dicembre restava uno 0,46% della banca, seppure con 38 milioni di minusvalenza teorica, e malgrado 51 milioni del fondo di dotazione siano serviti a svalutare la quota dell’anno scorso. Le erogazioni sono in lieve crescita a 55 milioni, il fondo Fse sale di 3 milioni a 128. Atlante non è nemmeno stato sottoscritto. Roma è tra i pochi enti che non rispetta il parametro Acri/Tesoro sul costo degli organi gestionali: ma non avendo sottoscritto il protocollo di autoriforma, la cosa passa in predicato. La regola del Comply or explain (adeguati oppure spiega) non è ancora prassi per una buona parte delle Fondazioni.”.

In risposta a ciò, la Fondazione Roma, ritenendo contrarie a verità svariate delle affermazioni contenute nell’articolo sopra menzionato, provvedeva a trasmettere al Direttore Responsabile del quotidiano, con raccomandata del 28 giugno 2017 e per il tramite del proprio legale, una richiesta di rettifica ai sensi dell’art. 8 della legge sulla stampa, nella quale si riportava che: “In riferimento a quanto riportato dal Sig. Andrea Grego in un articolo dal titolo “Intesa batte Unicredit nel derby delle Fondazioni”, pubblicato su “Affari & Finanza” di “la Repubblica” del 26 giugno 2017, comunichiamo che la Fondazione Roma, pur non avendo sottoscritto il Protocollo di Intesa, contrariamente a quanto lui afferma, rispetta i parametri ministeriali sul costo degli organi gestionali. Ci chiediamo come mai un giornalista di una testata di una certa autorevolezza non senta l’obbligo di consultare l’interessato per verificare la fondatezza delle proprie affermazioni, che sono poi risultate errate.”.

Successivamente, in data 3 luglio 2017, sempre sull’inserto “Affari & Finanza” de “La Repubblica” veniva pubblicata quasi integralmente la rettifica della Fondazione Roma, ma com’è ormai pessima prassi tra gli organi di stampa, il giornalista Greco sentiva la necessità di arrogarsi l’ultima parola, aggiungendo una chiosa, nella quale si leggeva: “Il bilancio del 2016 della Fondazione Roma indica in 2,24 milioni il costo totale degli organi di gestione. Se l’ente adottasse il protocollo Acri-Mef il suo patrimonio netto le imporrebbe un massimo di 1,35 milioni. Ma Roma, tra le poche Fondazioni a non aver aderito all’autoriforma di settore, si limita a replicare che “rispetta i parametri ministeriali sul costo”. Prendiamo atto dell’esistenza di parametri peculiari, non pubblici e su cui il bilancio tace. La trasparenza resta un optional”.

Poiché la postilla del giornalista conteneva, ancora una volta, delle informazioni assolutamente erronee, che fornivano ai lettori un’idea completamente distorta sui fatti e lesiva dell’immagine della Fondazione Roma, tramite il proprio legale essa trasmetteva, il 6 luglio scorso, una nuova lettera raccomandata, al Direttore Responsabile del quotidiano e, per conoscenza, al ministero delle Finanze, con la quale chiedeva la pubblicazione di una nuova e più articolata rettifica. In essa si spiegava chiaramente che l’accordo Acri/Tesoro, firmato il 22 aprile 2015, concede tre anni di tempo per la dismissione della partecipazione bancaria, mentre per la riduzione dei costi degli organi fa riferimento alla scadenza temporale prevista per gli stessi, com’è ovvio che sia. I dati riportati da “Affari & Finanza” sulla Fondazione Roma, si riferiscono al bilancio chiuso al 31 dicembre 2016, ed includono anche i compensi dell’organo di controllo scaduto il 30 aprile 2016. I compensi del nuovo organo di controllo sono stati drasticamente ridotti, mentre quelli dell’organo di indirizzo, il cui mandato è scaduto ad aprile 2017, sono parimenti stati drasticamente ridotti nel nuovo mandato, essendo stati dimezzati nel loro ammontare. Inoltre, è stato dimezzato anche il numero dei componenti. Per quanto riguarda il Consiglio di Amministrazione, si precisava che, mentre il Presidente ha spontaneamente ridotto il suo compenso nella seconda parte del 2016, adeguandolo ai parametri ministeriali, i membri del Consiglio adegueranno i propri compensi alla scadenza del mandato, ciò perché l’adeguamento non può che avvenire alla scadenza dei mandati dei singoli organi e deve essere riflesso nei bilanci con il doveroso principio di competenza temporale. Il risultato finale è che il costo complessivo degli organi della Fondazione Roma per il 2017 sarà pari a 1,65 milioni circa, e che nell’aprile 2018 esso sarà assolutamente allineato ai parametri ministeriali, ancorché la Fondazione Roma non abbia aderito al citato Protocollo di Intesa tra il Ministero e l’Acri. In sostanza, grazie all’importante mutamento avvenuto nel 2016, si può affermare con certezza che oggi il costo degli organi di gestione della Fondazione Roma è stato drasticamente ridotto, per cui la notizia riportata dal quotidiano “La Repubblica” secondo la quale essa non rispetta i parametri ministeriali, è da considerarsi errata e fuorviante.

A questa seconda richiesta di rettifica, il quotidiano faceva orecchi da mercante e negava la pubblicazione, per cui la Fondazione Roma si vedeva costretta ad adire le vie legali, attraverso un ricorso ex art. 700 c.p.c., per chiedere che fosse ordinata la pubblicazione d’urgenza della seconda rettifica.

Nella memoria di costituzione la controparte si limitava ad eccepire praticamente soltanto motivi d’inammissibilità di natura formale, tra i quali il fatto che il ricorso doveva essere firmato personalmente dal Presidente della Fondazione o da un procuratore munito di procura speciale, e che il testo della rettifica, tradotto in numero di battute, eccedeva il limite delle trenta righe previste dalla legge sulla stampa.

Il giudice monocratico del Tribunale civile di Roma respingeva il ricorso in via d’urgenza della Fondazione Roma non entrando però nel merito della controversia ma limitandosi ad affermare che era stato ecceduto il numero delle battute. Sul punto è però da evidenziare che non esiste una norma di Legge codificata che quantifichi il numero di battute in misura tale che esse possano essere contenute in trenta righe, consentendo al Direttore Responsabile, in presenza di informazioni dirette, di pubblicare la seconda rettifica.