La verità taciuta e scomoda sulle fondazioni bancarie

Così come sta accadendo con riguardo alla pandemia, per cui girano, soprattutto sul web, notizie e racconti di tutti i generi sull’origine del Covid-19 e sull’efficacia dei vaccini, anche sulle Fondazioni bancarie persiste una vulgata precisa e diffusa, accolta, però, in ben più alti ed eruditi ambienti, secondo la quale esse hanno svolto una funzione fondamentale nella stabilità del sistema bancario nazionale, impedendo che i principali gruppi creditizi passassero in mani estere. Il merito di tutto questo andrebbe attribuito, secondo la vulgata in questione, a chi ha guidato l’Associazione di categoria delle Fondazioni, l’Acri, per quasi un ventennio. Infatti, di recente, un giornalista che spesso si occupa di tali questioni e scrive su un prestigioso quotidiano con sede a Milano, continua a divulgare una visione dei fatti lontana dalla realtà vera storica, e facilmente riscontrabile.

Premesso che difendere le banche non è mai stato il compito affidato dal legislatore alle Fondazioni bancarie, bensì quello di intervenire a favore della crescita economica e sociale dei territori di riferimento nei settori del welfare in difficoltà, e che, comunque, quel compito, ammesso che sia stato portato a termine, visto che le maggiori banche italiane registrano quote molto significative di partecipazioni di soggetti stranieri, che siedono nei Consigli di Amministrazione, condizionandole, le Fondazioni lo hanno pagato a carissimo prezzo, e cioè con l’impossibilità di portare a compimento la vera missione a favore delle comunità locali, per mancanza di risorse economiche, tutte distolte a sostegno dei ripetuti aumenti di capitale proprio delle banche, quello che viene indicato come il nume tutelare delle Fondazioni è colui che ha continuato a sostenere il legame di queste con le banche, rallentando il percorso auspicato dal legislatore verso la dismissione delle partecipazioni, che ha perpetuato l’accondiscendenza verso la classe politica, accompagnando le Fondazioni dentro la Cassa Depositi e Prestiti e verso operazioni finanziarie molto rischiose (vedi il Fondo Atlante) e lontanissime dalla loro missione autentica, concorrendo, al contempo, a creare confusione circa la natura privata di questi soggetti, che finivano per operare con un ruolo ancillare nei confronti del governo.

Di fronte ad una strategia siffatta, rivelatasi assai poco lungimirante e saggia, seguita da tutto il sistema delle Fondazioni che si riconosce nell’Acri, l’unica voce fuori dal coro è stata quella della Fondazione Roma e del suo Presidente, Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, che, durante il suo mandato, ha sempre tenuto la barra dritta, perseguendo scelte precise e chiare che si sono rivelate profetiche: il rispetto del dettato del legislatore circa i compiti della Fondazione, la difesa instancabile della peculiare natura privata della Fondazione da ogni attacco proveniente da chicchessia, la non presenza nel capitale delle banche da cui si è sistematicamente allontanato. Determinante, a tal proposito, si è rivelata:

 

  • la distanza e l’autonomia dall’ingerenza della politica, con la fuoriuscita degli esponenti di organi politici e di rappresentanza territoriale (Comune, Provincia, Regione) dall’Assemblea dei Soci nel 2000 e dal Comitato di Indirizzo dal 2005, con la costante cessione delle azioni della banca partecipata fin dall’origine della sua presidenza, e con il rigetto dell’adesione alla CDP e delle altre iniziative di intervento sollecitate dal governo;
  • la sua contrapposizione alla legge “Tremonti”, art. 11 legge n. 448/2001, battaglia perseguita per primo (ricorso al TAR del Lazio del 18/10/2002 n. 10876/2002) ed autonomamente rispetto alle altre Fondazioni aderenti all’Acri (ricorso al TAR del Lazio n. 11105/2002 successivo, dunque, a quello citato della Fondazione Roma), in via giudiziaria davanti alla Corte costituzionale (costituzione in giudizio della Fondazione Roma il 14/3/2003; costituzione in giudizio dell’Acri 31/3/2003), in quanto da lui immediatamente intuito che il provvedimento costituiva un chiaro tentativo di riportare le Fondazioni nella sfera pubblica e sotto l’egida della politica; su suo preciso impulso, dunque, la legge in questione veniva da lui impugnata per primo ed in autonomia rispetto alle altre Fondazioni e all’Acri, ottenendo, attraverso il chiaro disposto delle sentenze nn.300 e 301/2003 della Corte costituzionale, il risultato sperato, e cioè il riconoscimento definitivo della natura privata della Fondazione Roma ed il ridimensionamento del ruolo della politica negli organi di governo dell’istituzione;
  • la separazione con la banca di riferimento, dismettendo la partecipazione a partire dal 2003, e diversificando l’investimento del patrimonio, ricevendone risultati sempre di assoluto livello, che hanno permesso alla Fondazione di rispettare e, anzi, moltiplicare la propria presenza solidale a favore del territorio, soprattutto durante l’emergenza sanitaria, in controtendenza rispetto alla gran parte delle altre Fondazioni bancarie aderenti all’Acri, costrette, a ridurre le erogazioni per scarsità di dividendi dalle banche partecipate, o a ricorrere al Fondo di stabilizzazione delle erogazioni;
  • l’uscita dall’Acri nel 2010 a sancire l’incompatibilità degli indirizzi propri con quelli assunti dall’Associazione.

Su una cosa siamo d’accordo col giornalista in questione: sull’opportunità di avviare una seria e circonstanziata indagine a tappeto e pubblica, ma non sulle crisi bancarie dagli anni ‘60 in poi, bensì sulla crisi del sistema delle Fondazioni bancarie dalla fine degli anni ’90 ad oggi. Forse solo così le vulgate che continuano ad essere prese per buone sul tema sarebbero ricondotte alla loro giusta dimensione, e potrebbe essere ripristinata la verità attraverso i fatti. Forse, ribadiamo, perché per un’operazione del genere ci vogliono coraggio, equilibrio, assenza di pregiudizi, umiltà, tutte qualità che debbono, però, essere proprie sia di chi dovrà proporla, sia di chi dovrà portarla a compimento.